Osvaldo Bagnoli: il mago della porta accanto

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Articolo pubblicato per gentile concessione del sito Storie di Calcio

Di lui non si può dire che sia stato un innovatore tattico o un roboante condottiero di uomini.
Eppure pochi come Osvaldo Bagnoli hanno saputo sottolineare con gli esiti del proprio lavoro l’importanza dell’allenatore.
Smentire l’assioma che vorrebbe ininfluente il tecnico, senza la presenza di adeguati fuoriclasse. Il Verona 1984-85, ultimo intruso della storia all’esclusivo desco metropolitano dello scudetto, non conteneva fuoriclasse, ma un gruppo di buoni giocatori, nessuno dei quali, oltre quella parentesi, ha annoverato in carriera grandi conquiste da primattore. Eppure Osvaldo Bagnoli, con quel suo fare ammiccante e riservato, riuscì a portarlo allo scudetto, superando rivali che i fuoriclasse invece li avevano ben esposti in vetrina.

Osvaldo Bagnoli è stato un tecnico ruspante, ma nel senso migliore del termine. Niente a che vedere con certi abborracciati saperi calcistici di provincia. Piuttosto, la fedeltà alle umili origini portata come una medaglia al pari dell’etichetta vagamente ironica applicatagli all’epoca dei primi successi in Serie A: “il mago della Bovisa”. Alla Bovisa, quartiere proletario di Milano, doveva i natali, e al sapore schietto degli anni giovanili, spesi a giocare a calcio con gli amici a piedi nudi sui prati, come in una vecchia canzone di Celen-tano, faceva risalire l’amore per il pallone. Figlio di operai, Osvaldo Bagnoli venne notato nell’Ausonia dal talent scout Malatesta, che lo portò al Milan. Era una mezzala di buona tecnica e dal tiro schioccante, ma il Milan dei Liedholm, Nordahl e Schiaffino non poteva riservargli che uno spazio ridotto, sufficiente tuttavia per la firma sotto lo scudetto del 1956-57. Il suo giro d’Italia lo portò tre stagioni a Verona, una all’Udinese, tre al Catanzaro, tre alla SpaL, una ancora all’Udinese prima della chiusura da libero, cinque stagioni di fila nel Verbania, in C, a far da chioccia a numerosi talenti.

Fu il direttore sportivo Carlo Pedroli, deus ex machina di quella formazione, a intuire in Bagnoli qualità di allenatore. Lo consigliò alla Solbiatese, stessa categoria, sicché non appena smessi i panni di giocatore l’uomo della Bovisa si ritrovò addosso quelli di tecnico. L’avventura si interruppe all’ottava di ritorno, quando mandò fuori dagli spogliatoi il presidente entrato nell’intervallo per consigliargli una mossa tattica. Poche ore dopo, Bagnoli assaporava il gusto acre del siluro, che sta alla carriera di allenatore più o meno come la pioggia al mese di marzo. In giro aveva lasciato qualche amico, come Pippo Marchioro, compagno di strada nel Milan e poi a Catanzaro, che lo chiamò come aiutante di campo nel Como, in Serie B. Qui Bagnoli si applicò anche ai giovani e con tanto entusiasmo da rifiutare l’anno dopo di seguire Marchioro al Cesena. Fu la svolta della carriera, perché quando il tecnico in prima, Beniamino Cancian, venne silurato dopo dodici giornate, i dirigenti lariani pensarono proprio a lui. Il Como era ormai spacciato e il nuovo tecnico non ne cambiò il destino, tuttavia i quindici punti in diciotto partite convinsero i dirigenti a insistere su di lui per la stagione successiva. Sesto posto in B, seguito l’anno dopo a Rimini da una salvezza col sapore della grande impresa.

Quando gli arrivò la chiamata del Fano, due categorie più sotto (C2), Osvaldo non ritenne di dover fare troppo il difficile. In fondo, il mestiere gli piaceva e non c’era bisogno di coltivare esagerate ambizioni per farlo bene. Invece a Fano inseri la presa diretta. Colse il primo posto e la C1, guadagnandosi il ritorno in B, a Cesena, dove prima sfiorò e poi mise a segno il salto in A. Stava diventando uno specialista e come tale lo assunse il Verona, che puntava giusto alla promozione in A. Formidabile motivatore di uomini, sapeva di ognuno quale tasto toccare per spingerlo verso il meglio. Di solito le sue squadre partivano piano, per poi carburare grazie ai suoi meticolosi ritocchi e chiudere alla grande.
Il Verona volò in Serie A e qui confezionò una stagione monstre, conquistando il quarto poston e mancando la Coppa Italia d’un soffio, dopo aver battuto la Juventus nella finale d’andata.
Era un Verona coraggioso, illuminato dalla classe di Dirceu e dalla larghezza di vedute del tecnico: che il fantasista brasiliano se l’era ritrovato in rosa senza averlo chiesto e poi vi aveva modellato il volto dell’attacco, rinunciando a una punta a fianco di Penzo, per favorirne gli inserimenti offensivi. Soprattutto, però, era la squadra dei grandi risorti.

Personaggi gettati nel cestino della mediocrità dai club di provenienza e rivitalizzati fino a misure da campioni dal maestro di panchina. Il lavoro di cesello dell’artigiano Bagnoli produceva capolavori: il mediano Volpati, approdato a Verona credendosi a fine carriera e poi per sei anni tra i più continui difensori della squadra; il terzino Luciano Marangon, alfine compiuto come incursore mancino dopo le promesse nel vivaio della Juventus; il portiere Garella, trasformatosi da sgangherato collezionista di papere in funambolico acrobata; il tornante Fanna, fiore mai del tutto sbocciato nella Juve, risorto come imperiale fantasista delle corsie laterali; il regista Di Gennaro, promessa mancata della Fiorentina; il libero Tricella, scaricato dall’Inter. In pratica, il Verona aveva avuto un solo straniero, Dirceu, dato che l’altro, lo stopper polacco Zmuda, si era subito sfasciato finendo in infermeria. Nell’estate del 1983 il tecnico approvò la politica del club, che non aveva soldi da spendere: cessione degli elementi più pregiati, Dirceu al Napoli, Penzo alla Juventus, Oddi alla Roma, e nuova infornata di elementi da riciclare. Lo stopper Silvano Fontolan, gran colpitore di testa (fratello maggiore dell’attaccante Davide), il ventenne attaccante tascabile Galderisi, funambolo dell’area di rigore finito a immalinconire tra le riserve della Juve dopo gli exploit iniziali, e il centrocampista Bruni, scartato dalla Fiorentina. Il Verona debuttò in Coppa Uefa e visse una nuova stagione da guastafeste delle grandi, finendo al sesto posto.

A quel punto, furono sufficienti due mosse per chiudere il mosaico. Nell’estate del 1984, mentre approdava in Italia Diego Maradona, il Verona si affidava a due stranieri di fascia medio bassa.
Hans-Peter Briegel, gigantesca statua a rotelle, nella Nazionale tedesca agli Europei come difensore puro aveva impressionato solo per la forza fisica; l’attaccante danese Preben Larsen-Elkjaer, meglio conosciuto solo con il secondo dei due cognomi, quello della madre, aveva ben figurato nella rassegna continentale, ma si proponeva come un’incognita. Partito per il solito onorevole campionato di rincalzo alle grandi, il Verona restava in testa dalla prima all’ultima giornata, macinando un calcio vigoroso e spettacolare.
Bagnoli trasformava Volpati in terzino marcatore, faceva di Briegel un mediano incursore di devastante efficacia e in avanti combinava l’agile potenza di Elkjaer ai guizzi del piccolo Galderisi.

La Juve di Platini uscì presto dal giro, l’Inter di Rummenigge duellò a lungo invano, il Torino col suo rush finale conquistò solo il secondo posto. In un panorama ricco di stelle, lo scudetto del Verona rappresentava il premio all’umiltà e alla forza creativa dell’allenatore.
Che spiegava così la propria filosofia tattica: «Il calcio è un gioco semplice, non sono indispensabili astruserie come la zona o il pressing. L’importante è avere la fortuna di trovare gli uomini giusti per metterli poi nei posti giusti; lasciandoli liberi di esprimersi».
La simbiosi tra la città e il tecnico, ormai da tempo stabilitovisi con la famiglia, non poteva essere più completa.
Nella festa dello scudetto, facevano furore gli “Osvaldini”, piccoli bulldog di terracotta con la divisa del Verona, omaggio alla ruvida bonomia di un uomo capace con la sua semplicità di conquistare tutti.
Ai complimenti, reagiva con semplici alzate di spalle. Per il trionfo, riusciva a stirare appena un lieve sorriso. Parlava con gli occhi, più che con la bocca.

Quando il campione del mondo Bearzot confessò che il modulo della Nazionale si riconosceva in quello del Verona, il mago della Bovisa si schermì: «Io Bearzot non lo conosco tanto, avrei bisogno di andare a cena con lui. Non so che carattere abbia, mi è difficile spiegare paragoni del genere».
Non era posa, come il tempo avrebbe poi confermato, ma la sincerità di un uomo con il terrore delle esagerazioni. Forse anche per questo il suo Verona non uscì più dalle righe, subito eliminato dalla Juve in Coppa dei Campioni (soprattutto per le nefandezze dell’arbitro Wurz), ma pure al riparo dal rischio di crolli repentini così facile per le provinciali salite all’improvviso sul tetto della gloria.
Altre quattro stagioni, quasi sempre di buona levatura, Bagnoli trascorse alla guida del Verona, prima che una grave crisi sfaldasse le basi finanziarie del club. Nell’estate del 1989 l’ombra del fallimento si allungò sulla società. Venne compicciata in extremis alla bell’e meglio una rosa di giocatori, grazie soprattutto a prestiti di altri club, con la destinazione della retrocessione già segnata sul foglio di partenza.
Bagnoli avrebbe potuto astenersi, ascoltando le sirene che dà più d’una piazza importante cantavano per lui. Ma preferì vivere fino in fondo la parabola della squadra, che alla fine retrocesse, ma all’ultimo tuffo e dopo aver sfiorato il miracolo.
Il distacco da Verona non fu facile. Bagnoli avrebbe voluto restare per edificare la risalita, ma la nuova dirigenza gli diede il benservito. Lo chiamò a Genova Aldo Spinelli, avendone in cambio in pochi mesi un capolavoro.

Pur senza ingaggiare grandi nomi, grazie a Bagnoli il Genoa riebbe dopo anni una fisionomia tecnico tattica solida e spettacolare.
Con la difesa imperniata sul libero Signorini, il centrocampo affidato alle geometrie di Bortolazzi e alle incursioni di fascia di Eranio e Ruotolo da una parte e Branco dall’altra, con l’attacco micidiale del gigante Skuhravy complementare al piccolo e guizzante Aguilera, i rossoblu si piazzarono a uno storico quarto posto, anticamera della prima, storica partecipazione alla Coppa Uefa. Ancora una volta, dietro il consueto pudico ritegno teso a minimizzare le teorizzazioni per esaltare la qualità dei giocatori, c’era un disegno tattico preciso, evoluzione di quello dei felici tempi veronesi.

Il modulo misto già esaltato da Bearzot veniva orientato al pieno sfruttamento delle caratteristiche degli uomini a disposizione: la difesa contava su un libero fisso, Signorini, e due marcatori spesso a zona, Torrente e Caricola, così da consentire ampia possibilità ai due terzini, Eranio a destra e Branco a sinistra, di diventare laterali a tutti gli effetti aggiungendosi ai tre uomini di centrocampo, l’esterno Ruotolo e i due registi Bortolazzi e Onorati. Era il 5-3-2.
L’anno dopo, la cavalcata in Europa assunse toni epici, ben sintetizzati dalla vittoria sul Liverpool nella tana di Anfield Road, per arrestarsi solo in semifinale di fronte allo strapotere dell’Ajax di Bergkamp e Litmanen destinato al successo finale. I tempi del mago della Bovisa erano maturi per il grande club metropolitano. Impossibile pensare che la sua carriera, a un passo dalla vetta, fosse a due dal chiudersi. Bagnoli tornò nella sua Milano, ma dalla parte nerazzurra, fermamente voluto da Pellegrini nell’estate del 1992.

Il compito, tutt’altro che semplice, era ricostruire sulle macerie lasciate dalla rivoluzione fallita di Orrico. Le premesse per il caos, secondo tradizione nerazzurra, non mancavano: quattro stranieri (Shalimov, Sammer, Pancev, Sosa), mentre il regolamento ne consentiva solo tre. Quattro primedonne poco disponibili ad arrugginire in tribuna. Pancev dopo la prima esclusione non si riprese più, Sammer addirittura a fine anno se ne tornò in Germania. Lui, Bagnoli, continuava a forzare i soliti imbarazzati sorrisi e a lavorare al tornio da artigiano, mentre sull’altra sponda il Milan di Capello radeva al suolo la concorrenza con la spavalderia del rullo compressore.
Ancora una volta, a una partenza in sordina fece seguito una crescita costante e inarrestabile, come il lavoro di rifinitura di Bagnoli prese a produrre frutti. In sette giornate, lo svantaggio dai rossoneri scese da undici a quattro punti (allora la vittoria ne concedeva solo due), rendendo decisivo lo scontro diretto, chiuso in un pareggio.
L’Inter dovette accontentarsi della seconda piazza, un bel trampolino per la stagione successiva.
Ma le basi appena gettate già saltavano in aria per il blitz di metà febbraio, con cui Pellegrini era riuscito a ingaggiare a suon di miliardi il conteso olandese Bergkamp assieme al regista Jonk, inserito nel pacco dai mercanti dell’Ajax. Bagnoli aveva trasformato Ruben Sosa in un micidiale cacciatore di gol, ma alla refrattarietà di Bergkamp ad ambientarsi in Italia dovette arrendersi.
Offrì di malavoglia spazio all’altro tulipano dalla difficile pronuncia («il Gionc», lo chiamava) e a febbraio, con la squadra al sesto posto, venne cacciato da Pellegrini.

Quanto fosse lungimirante quella scelta, seppure a fronte di risultati sotto le attese, lo avrebbero dimostrato i rischi di retrocessione corsi dal suo successore, Giampiero Marini. Ma quella porta in faccia gli suonò come uno schiaffo insopportabile. «Via, si dimetta» gli aveva chiesto Pellegrini. «No, si vergogni» aveva risposto lui. Per chiudersi poi in un ostinato mutismo, mai più interrotto se non per frugali risposti dal suo esilio dorato.

Senza polemiche, senza rancori, con la serenità dei nervi distesi: «L’Inter mi ha mandato in pensione in anticipo, ma non voglio darle troppe colpe. Ero ben predisposto.
I primi mesi da esonerato mi dimostrarono che stavo bene anche senza il calcio attivo: stare in campo mi piaceva, ma non sopportavo più il contorno».
E se qualcuno ancora oggi bussa alla sua ruvida scorza di milanese amabile dalla sincerità scontrosa, ripete:
«Io sono un uomo fortunato, perché ho giocato a pallone e ho potuto mettere da parte qualcosina. Se io oggi sono un pensionato sereno, lo devo al calcio. La mia vita è stata molto impegnata e, se tornassi indietro, forse cercherei di trovare qualche spiraglio per il tempo libero. Oggi che di tempo ne ho, capisco quanto è importante.
Ma non parlatemi di sacrifici, per favore. I sacrifici, quelli veri, li fanno gli operai».

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Trombetta dall’Eccellenza alla Champions

Ha lavorato con Galeone e Guidolin, guida i campioni di Romania dopo aver allenato il Sevegliano.

In una domenica di maggio libera da impegni col Sevegliano, Maurizio Trombetta era allo stadio Rocco, sorridente come sempre e cordiale con le vecchie conoscenze. «Un po’ di A e di B le ho viste. Ma come secondo di Galeone e Guidolin. Adesso faccio l’allenatore responsabile in prima persona e comincio da una categoria più bassa, in Eccellenza». A distanza di tre mesi, Trombetta fa l’esordio in Champions League, sulla panchina del Cluj, e stasera incontra la Roma. Una volata così veloce nessuno se l’aspettava, Neanche lui che di volate è sempre stato pratico.

Col pallone ci sapeva fare fin da ragazzino ed era terribilmente veloce. Così veloce che a Trieste lo chiamavano Speedy Gonzalez. L’allenatore di quella Triestina che ottenne la promozione in serie B, Marino Lombardo, diceva un po’ estasiato e un po’ stizzito: «Ogni tanto Trombetta arriva prima del pallone. Dovrebbe rallentare un po’ il passo». Il passo glielo hanno rallentato all’Udinese, quando lo hanno esonerato dalle funzioni di vice per fare un dispetto a Galeone.

Friulano di 46 anni, una carriera di giocatore tra cadetti e serie C, una laurea all’Isef con tesi sulla diversificazione dei carichi di allenamento in un piano di preparazione annuale per una squadra di calcio. Parole difficili per spiegare come lavorare sulla preparazione fisica. Per la tattica, oltre alle esperienze fatte da attore sui campi, anche il contatto quotidiano con un amante del bel gioco come Gianni Galeone, teorico del 4-3-3.

Con Galeone a Udine in serie B dal 1994, poi a Perugia, quindi a Napoli. Nel 1998 torna all’Udinese come assistente di Guidolin, l’anno successivo al Bologna in serie A per cinque campionati. Nel 2003-04 ancora all’Udinese con Galeone fino all’esonero.

E adesso si presenta alla stampa italiana sapendo dei suoi limiti e di quelli della squadra da lui diretta, i campioni di Romania del Cluj, appena avuti in eredità da Ioan Andone, esonerato per scarsi risultati. Trombetta non si nasconde dietro frasi convenzionali: «Una partita come questa contro la Roma non ha bisogno di motivazioni. La squadra si è guadagnata la qualificazione alla Champions sul campo, io mi ci sono trovato. Il Cluj vuole sfruttare questa occasione, i giocatori non hanno bisogno che io dica nulla».

Umile e realista, Trombetta sa delle difficoltà dei giallorossi e proverà a sfruttare il fattore sorpresa.
Spalletti, dal canto suo, tiene alta la concentrazione della Roma: «Ho visto e rivisto alcune partite del Cluj. Una squadra che gioca bene. Non avremo vita facile».

Il girone comprende anche Bordeaux e Chelsea e Trombetta ammette: «Noi siamo in quarta fascia, il nostro obiettivo è quello di arrivare terzi nel girone per essere così ammessi alla Coppa Uefa. Giocheremo tutte le partite contro grandi squadre, sarà un onore affrontarle».

Senza ansie nè isterie, Trombetta vive il salto dai dilettanti al massimo livello europeo del calcio. Sempre col sorriso perché si tratta pur sempre di un gioco, ma con decisione e serietà nel lavoro che aveva fin da quando scattava alzando una nuvola di polvere sui lanci di Papais, ricorda i due amici Galeone e Guidolin: «Ho avuto la fortuna di lavorare con loro e imparare da entrambi. Le basi tecniche le ho, adesso devo riuscire a dimostrare che so dirigere la squadra a certi livelli».

E parlando del Cluj, Trombetta racconta: «Siamo una squadra con buone capacità fisiche, ci sono parecchi stranieri, si gioca un calcio tecnico. Ma il migliore è un rumeno, Trica. Il calcio rumeno è in evoluzione, si avvicina ai migliori in Europa». Come a dire che se il Cluj arrivasse terzo nel girone, non sarebbe un colpo fortunato. Roma attenta, Trombetta non parla a vanvera. Anche se sorride.

Articolo di Bruno Lubis pubblicato dal “Piccolo” di Trieste

Profilo
Maurizio Trombetta (Udine, 29 settembre 1962) è un ex calciatore e allenatore di calcio italiano.
E’ un ex calciatore professionista ora allenatore di calcio di prima categoria (diploma Isef nel 1988 e corso master per allenatori professionisti di prima categoria nel 2001).
Ha iniziato la carriera da calciatore con l’Udinese squadra con la quale ha vinto (suo il gol nella finalissima contro la Roma) il Campionato Primavera della stagione 1980/1981 insieme ai friulani Paolo Miano, Gianfranco Cinello, Loris Dominissini, Gigi De Agostini.
Carriera di Allenatore
Ha iniziato ad allenare gli allievi dell’Udinese nel 1994. Dopo pochi mesi è stato chiamato da Giovanni Galeone sulla panchina dell’Udinese che all’epoca militava in Serie B. Come vice di Galeone ha vinto il Campionato di Serie B.

L’anno dopo ha seguito Galeone a Perugia vincendo il Campionato 1995/1996 e quindi a Napoli. Nel 1998 torna a Udine e questa volta è il vice di Francesco Guidolin. L’anno successivo (1999) con Guidolin va ad allenare il Bologna sempre in Serie A per 5 stagioni.

Nel 2003/2004 è ancora con Galeone ad Ancona e torna di nuovo a Udine per salvare l’Udinese nella stagione 2006/2007.

Nella stagione 2007/2008 inizia ad allenare non più come vice di qualcuno dopo 10 anni di professionismo si mette in gioco partendo dall’Eccellenza.

Il presidente del Sevegliano Francesco Vidal gli affida la squadra che è, a 7 giornate dall’inizio del campionato, ultima in classifica. Maurizio Trombetta salva la squadra e riesce a terminare il campionato al quarto posto (31 punti fatti nel girone di ritorno), vincendo inoltre la Coppa Italia del Friuli Venezia Giulia battendo le prime due classificate del Campionato. La sua squadra termina la stagione subendo solo 22 gol e vanta quindi la miglior difesa del campionato. A fine stagione viene premiato come Miglior Allenatore del 2008 dei dilettanti friulani. Nel giugno 2008 viene ingaggiato dall’imprenditore rumeno Arpad Paszkany proprietario del CFR Cluj (Romania), vincitrice di campionato e Coppa di Romania l’anno precedente e quindi qualificata per la prima volta alla UEFA Champions League 2008-2009.[1]

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Euro 2008 – Austria/Svizzera

Guus Hiddink – Russia

Guus Hiddink (Varsseveld, 8 novembre 1947).
Carriera da giocatore
Ha iniziato con il club dilettantistico SC Varsseveld, per poi firmare con gli olandesi del De Graafschap nel 1967. In questa squadra Hiddink ha trascorso la maggior parte della sua carriera da calciatore prima di trasferirsi al PSV Eindhoven nel 1970. Dopo un anno deludente ha fatto ritorno al De Graafschap, dove ha giocato fino al 1976. Giocò anche nella North American Soccer League tra le fila dei Washington Diplomats e dei San Jose Earthquakes, quindi è ritornato in patria, al NEC Nijmegen. Nel 1981 si è accasato nuovamente al De Graafschap, dova ha giocato per un anno prima del ritiro. Durante la sua carriera giocava da centrocampista, senza tuttavia segnalarsi per una particolare abilità tecnica.
Carriera da allenatore
Dopo aver ricoperto il ruolo di viceallenatore nel De Graafschap fu assunto come allenatore dal PSV nel 1987 dopo aver occupato la posizione di viceallenatore nel club biancorosso dal 1983 al marzo 1987. Nel 1988 guidò la squadra alla conquista della prima Coppa dei Campioni della sua storia, sancendo l’entrata del club tra i grandi d’Olanda insieme ai rivali storici dell’Ajax e del Feyenoord. Con il PSV vinse anche tre titoli di Eredivisie tra il 1987 e il 1990.
Successivamente, nel 1990, allenò per un breve periodo il club turco del Fenerbahçe, dove fu esonerato dopo un solo anno. Passò quindi agli spagnoli del Valencia. La sua natura schietta si rivelò sin da subito, quando durante una partita giocata al Mestalla (lo stadio del Valencia) ordinò di rimuovere dagli spalti uno striscione razzista. Il suo stile di gioco offensivista fece subito colpo sulla squadra del Valencia e sul resto della Liga.
Gli anni d’oro e la fama internazionale
Nel 1995 arriva a guidare la nazionale olandese, lasciandola dopo il quarto posto ottenuto ai Mondiali del 1998. In seguito comincia l’esperienza alla guida del Real Madrid, con cui perde la Supercoppa Europea contro il Chelsea nell’estate dello stesso anno. Nel 1999 è per quasi tutto l’anno inattivo, ma nel 2000 ha una breve esperienza al Betis Siviglia.
Chiamato ad allenare la Corea del Sud nel Dicembre 2000, raggiunge il punto più alto nella sua carriera di allenatore ai Mondiali nippo-coreani del 2002, quando guida gli asiatici ad un memorabile quarto posto finale. Nella cavalcata sudcoreana si ricordano le eliminazioni di squadre di blasone come l’Italia e la Spagna, anche se quest’ultima ebbe da recriminare parecchio a causa di qualche dubbia decisione arbitrale.
Nel 2002 ritorna ad allenare il PSV Eindhoven, in patria. Al primo anno vince subito il campionato, mentre nella stagione seguente ottiene un buon secondo posto dietro all’Ajax. Nella stagione 2004/2005 raggiunge nuovamente i vertici del calcio europeo, giungendo fino alla semifinale della Champions League 2005, anche se esce sconfitto nel doppio confronto contro il Milan. Nel 2005/2006 vince il terzo campionato di Eredivisie in quattro anni e viene eliminato dal Lione negli ottavi di finale della Champions League 2006.
Nel frattempo, nel luglio 2005, diventa il selezionatore dell’Australia, dividendosi tra i due ruoli al PSV Eindhoven e con i Socceroos, che qualifica al Mondiale dopo 32 anni, raggiungendo anche gli ottavi di finale. Nell’estate 2006 assume la guida tecnica della Nazionale russa, secondo un accordo concluso il 14 aprile 2006, molto prima dei Mondiali di Germania.
Curiosità
Hiddink parla varie lingue: olandese, inglese, tedesco, giapponese, coreano e spagnolo. Conosce anche un po di italiano, e sta tuttora imparando il russo.
La famiglia di Hiddink ha aiutato la comunità ebrea durante l’olocausto, per ciò è molto rispettato in Israele.

Allenatore: Joachim Löw – Germania

Joachim Löw (Schönau im Schwarzwald, 3 febbraio 1960)
Carriera
Nel 1978 Löw iniziò la sua carriera di calciatore con il Friburgo, squadra di Seconda divisione. Nel 1980 Löw fu acquistato dallo Stoccarda che militava nella massima serie ma ebbe delle difficoltà di ambientamento e giocò solo quattro partite senza segnando alcun gol.
Nella stagione 1981/82 Löw giocò con l’Eintracht Francoforte (24 partite e 5 gol), ma ritoenò al Friburgo l’anno seguente. Nella stagione 1982/83 segnò 8 reti in 34 partite e nel 1983/84 17 in 31 presenze in Zweite Bundesliga. L’anno seguente ritornò in Bundesliga, passando al Karlsruhe, ma ancora una volta non riuscì a emergere, realizzando solo un gol in 24 partite. Così la stagione seguente tornò nuovamente al Friburgo dove resto per 4 anni nei quali disputò un totale di 116 matches e realizzò 38 reti.
Löw concluse la sua carriera agonistica in Svizzera, dove giocò con lo Sciaffusa (1989-1992), il Winterthur (1992-1994) e il Frauenfeld, dove fu giocatore-allenatore.
Löw ha collezionato 4 presenze con la Nazionale tedesca occidentale Under-21.
Allenatore
Löw iniziò allenando le giovanili del Winterthur nel 1994, prima ancora di ritirarsi come giocatore, per poi diventare giocatore-allenatore del Frauenfeld nella stagione 1994/95.
Nel 1995 divenne vice di Rolf Fringer allo Stoccarda e l’anno seguente, quando Fringer ebbe l’opportunità di diventare CT della Svizzera, ne prese il posto. Con quello che fu definito il Triangolo magico composto dagli attaccanti Balakov, Élber e Bobic lo Stoccarda disputò un’ottima stagione e vinse la Coppa di Germania. La stagione seguente, invece, la squadra raggiunse la finale di Coppa delle Coppe perdendola 1-0 contro il Chelsea e chiuse al 4° posto in Bundesliga.
Löw lasciò lo Stoccarda nel 1998 per passare al Fenerbahçe. Nell’ottobre del 1999 firmò per il Karlsruhe, ma non riuscì ad evitare la retrocessione della squadra in Terza divisione e fu così esonerato. dal dicembre 2000 al marzo 2001 Löw ritornò in Turchia come allenatore dell’Adanaspor, ma fu ancora esonerato a seguito di risultati negativi.
Nell’ottobre 2001 Löw divenne allenatore del Tirol Innsbruck, condecendolo alla vittoria del campionato austriaco nel 2002. Lo stesso anno, tuttavia, il club dovette dichiarare la bancarotta e scomparve, così Löw rimase ancora senza panchina.
Nel 2003 fu chiamato dall’Austria Vienna, che guidò fino al marzo del 2004, quando fu designato da Jürgen Klinsmann come suo vice nella Nazionale tedesca a partire dal 1° agosto.
Nazionale tedesca
La Nazionale guidata da Klinsmann raggiunse la semifinale della Confederations Cup 2005, persa contro il Brasile (3-2), per poi guadagnare il terzo posto dopo aver battuto il Messico per 4-3 dopo i supplementari. Anche ai Mondiali 2006 la Germania raggiunse la semifinale, perdendo anche in questa occcasione dopo i supplemenari (0-2), questa volta contro i futuri Campioni del Mondo dell’Italia. Alla fine si classificò terza battendo il Portogallo 3-1.
Commissario tecnico
Il 12 luglio 2006 Klinsmann, nonostante il buon risultato ottenuto ai Campionato mondiale giocato in casa e il consenso ottenuto, decise di non rinnovare l’accordo e così Löw fu nominato nuovo commissario tecnico della Germania firmando un contratto biennale.
La prima partita con il nuovo incarico fu l’amichevole con la Svezia il 16 agosto 2006 a Gelsenkirchen, conclusasi 3-0 con due reti di Klose e una di Schneider. Ottenendo il successo contro l’Irlanda e San Marino Löw iniziò nel migliore dei modi le qualificazioni a Euro 2008. Il 7 ottobre 2006 la Nazionale di Löw vinse per 2-0 contro la Georgia all’Ostseestadion di Rostock, ottenedo la 4a vittoria consecutia, che rappresenta il miglio avvio di sempre per un commissario tecnico con la Nazionale tedesca. La sriscia di vittorie fu allungata nella partita seguente, vinta per 4-1 contro la Slovacchia a Bratislava l’11 ottobre (il gol segnato dagli slovacchi fu il primo incassato dopo 418 minuti), ma si interruppe nella successiva quando, il 15 novembre, la Germania non riuscì ad andare oltre un deludente 1-1 contro Cipro. Alla fine delle qualificazioni per l’Europeo 2008 la Germania si piazzò al secondo posto del proprio girone, qualificandosì così per la fase finale alle spalle della Repubblica Ceca.
Palmarès da allenatore
Club
Coppa di Germania: 1 (Stoccarda: 1996/1997 )
Campionato austriaco: 1 (Tirol Innsbruck: 2001/2002).

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Gli Allenatori che hanno vinto gli Europei di Calcio: All.: Otto Rehhagel (Grecia)


Anno 2004| Paese organizzatore: Portogallo – Squadra vincitrice: Grecia

Nel corso di uno splendido festival del calcio sotto il sole portoghese, la Grecia, squadra solida e pragmatica che giocava al massimo del suo potenziale, ha sorpreso tutte le sue avversarie, meritandosi pienamente il titolo. I greci erano allenati da Otto Rehhagel, un tedesco con una vasta esperienza, in particolare con il Werder Bremen e l’FC Bayern München nella nativa Germania..
Nella gara iniziale ad Oporto, i greci hanno stupito gli appassionati tifosi di casa battendo i portoghesi 2-1. Nei quarti di finale la Francia, campione in carica, non è riuscita ad opporsi alla determinazione della Grecia ed è uscita sconfitta. Stessa sorte in semifinale la Repubblica Ceca, favorita per la vittoria finale dopo alcune eccellenti prestazioni. In finale un colpo di testa di Charisteas su corner ha dato alla Grecia un trionfo che andava al di là dei sogni più audaci.

All.: Otto Rehhagel

Otto Rehhagel (Essen, 9 agosto 1938).
Insieme a Ottmar Hitzfeld, Udo Lattek e Franz Beckenbauer è uno degli allenatori tedeschi più vincenti di tutti i tempi. Attualmente allena la Nazionale greca, con cui ha vinto l’Europeo 2004.
In Grecia qualche volta è chiamato Re Otto (βασιλιάς Όθων), probabilmente con un’allusione a Re Ottone I di Grecia, anche se Rehhagel aveva già questo soprannome quando allenava in Germania. È stato anche soprannominato Rehacle, in riferimento a Eracle, personaggio mitologico figlio di Zeus. Rehhagel stesso ama soprannominarsi Bimbo della Bundesliga (Kind der Bundesliga).
Carriera di giocatore
Rehhagel ha giocato con la squadra del suo paese, il Rot-Weiss Essen, dal 1960 al 1963, anno in cui è iniziata la Bundesliga e in cui è passato all’Hertha Berlino, dove ha giocato fino al 1965. Dal 1965 al 1972 ha giocato con il Kaiserslautern. In Bundesliga ha totalizzato 201 presenze.
Carriera di allenatore
Cominciò ad allenare nel 1974, nel Kickers Offenbach, ma non riuscì ad ottenere un successo immediato. Rimase celebre la sonora sconfitta patita quando allenava il Borussia Dortmund, uno 0-12 contro il Borussia Mönchengladbach dopo il quale la stampa lo soprannominò Otto Torhagel (“Tor” in tedesco significa “gol” e “Hagel” “grandinata”).
Werder Brema
Dopo aver ricoperto alcuni incarichi a breve termine allenò il Werder Brema dal 1981 al 1995. In questi quattordici anni Rehhagel trasformò il Werder da un club minore ad una potenza calcistica tedesca, che mandava in estasi gli spettatori con un gioco dal ritmo spumeggiante e dalla difesa ermetica. In questo periodo il Werder Brema si affermò come uno dei club più potenti della Bundesliga, superando gli odiati rivali dell’Amburgo e diventando così la squadra settentrionale più forte e dando vita ad una lotta pluriennale con il Bayern Monaco per il predominio calcistico tedesco. In questo periodo Rehhagel sfornò una serie di stelle internazionali del calibro di Rudi Völler, Karlheinz Riedle, Dieter Eilts, Marco Bode, Mario Basler, Hany Ramzy e Andreas Herzog. Rehhagel guidò la squadra di Brema alla vittoria di due campionati tedeschi, nel 1988 e nel 1993, e di due Coppe di Germania, cui si aggiunge una Coppa delle Coppe (1992).
Bayern Monaco
Dopo 14 anni d’oro Rehhagel lasciò Brema per assumere l’incarico di allenatore del Bayern Monaco nella stagione 1995-1996. In un anno deludente ma finanziariamente positivo (6° posto in Bundesliga, ma semifinale di UEFA Champions League) il Bayern spese molti soldi per comprare Jürgen Klinsmann, Andreas Herzog, Rehhagel e altri calciatori di primo piano, e tutti si aspettavano che sbaragliasse la concorrenza. Ciononostante, a partire dalla prima giornata Rehhagel si scontrò con la squadra e l’ambiente societario. I suoi modi autonomi e talvolta eccentrici non fecero presa sui giocatori e sulla tifoseria del Bayern. Ben presto il tecnico iniziò ad attirarsi diverse antipatie, anche a causa del credo tattico da lui perseguito e giudicato fuori moda. Il malcontento fu espresso reiteratamente da Klinsmann. Nella seconda metà della stagione la squadra crollò. L’esonero di Rehhagel, rimasto famoso, avvenne tre settimane prima della finale della Coppa UEFA 1995-1996 (che vedeva impegnato il Bayern). Al posto di Rehhagel il Bayern ingaggiò Franz Beckenbauer, che condusse la squadra alla vittoria nella coppa.
Kaiserslautern
Dopo l’esperienza al Bayern, Rehhagel allenò il Kaiserslautern dal 1996 al 2000. Il Lautern, retrocesso dopo una stagione catastrofica, riuscì a risalire in Bundesliga anche grazie a Rehhagel, che portò nuova energia nell’ambiente. All’inizio della stagione seguente l’ipotesi di un piazzamento finale del Kaiserslautern in zona UEFA pareva assai remota, ma la squadra di Rehhagel stupì tutti sbaragliando la concorrenza. Grazie ad uno spumeggiante gioco offensivo ed una carica agonistica inesauribile (dodici partite furono vinte nei minuti di recupero) il Kaiserslautern vinse in modo sensazionale il campionato tedesco nel 1998. Rehhagel guidò la squadra ad altri risultati meno spettacolari ma ugualmente prestigiosi, prima che pesanti dissidi interni e un’imponente campagna polemica contro la sua persona lo spingessero a lasciare il Kaiserslautern.
Nazionale greca
Nel 2001 divenne commissario tecnico della Nazionale greca. La squadra si qualificò direttamente per l’Europeo 2004 precedendo nel suo girone Spagna e Ucraina. Quotata 100 a 1 come vincitrice finale della competizione, la Grecia sconfisse sorprendentemente il Portogallo nella gara d’apertura del torneo (2-1), poi pareggiò con la Spagna (1-1) e perse di misura con la Russia già eliminata (1-2), passando ai quarti di finale in virtù del secondo posto nel girone dopo i padroni di casa portoghesi. Nei quarti la squadra di Rehhagel eliminò la Francia campione d’Europa in carica (1-0) e nelle semifinali estromise dal torneo la Repubblica Ceca, (1-0 dopo i supplementari), entrambe squadre ampiamente favorite alla vigilia. Arrivata in finale, la Grecia sconfisse nuovamente il Portogallo (1-0) e conquistò il primo titolo europeo della sua storia. Rehhagel, visto come il principale artefice dell’inaspettato successo della squadra, diventò il primo allenatore straniero della storia a vincere il Campionato europeo.
Rehhagel adottò una tattica di gioco fortemente difensivistica, adoperando centrocampisti abili fisicamente per frenare gli avversari e un modo di difendere in massa per annullare gli attacchi avversari. Quando gli venne mossa l’accusa di un gioco noioso disse che “Nessuno dovrebbe dimenticarsi che un allenatore adatta le tattiche alle caratteristiche dei giocatori che ha a disposizione”. Curiosamente il suo periodo al Werder Brema è ricordato per lo scintillante e spettacolare gioco offensivo di cui la squadra beneficiò.
Dopo che Rudi Völler si dimise da allenatore della Germania in seguito all’uscita al primo turno della squadra a Euro 2004, Rehhagel fu considerato da molti un serio candidato per la panchina della nazionale del suo paese. Aveva il supporto del pubblico, sebbene fosse reputato un “indipendente” dall’establishment calcistico. Dopo che tre altri candidati alla panchina della Germania si tirarono fuori di loro spontanea volontà, Rehhagel ricevette un’offerta per allenare la nazionale, ma la rifiutò ufficialmente il 10 luglio.
Malgrado il successo all’Europeo, la Grecia di Rehhagel non fu capace di qualificarsi a Germania 2006, classificandosi al quarto posto in un difficile girone di qualificazione, alle spalle di Ucraina, Turchia e Danimarca.
Ciononistante Rehhagel rimase sulla panchina della Nazionale ellenica e la condusse ad una facile qualificazione al campionato d’Europa 2008, vincendo il proprio girone con 6 punti di distacco dalla seconda qualificata, la Turchia.
(Fonte traduzione da Wikipedia)

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Gli Allenatori che hanno vinto gli Europei di Calcio: All.: Roger Lemerre (Francia)


Anno 2000 | Paesi organizzatori: Belgio – Olanda | Squadra vincitrice: Francia

Viene confermata la formula a 16 squadre anche negli Europei di Belgio e Olanda. Nella fase eliminatoria l’Italia vince il Gruppo 1 davanti a Danimarca, Bielorussia, Galles e Svizzera. Le altre squadre qualficate sono: Norvegia e Slovenia (Gruppo 2), Germania e Turchia (Gruppo 3), Francia (Gruppo 4), Svezia e Inghilterra (Gruppo 5) Spagna (Gruppo 6), Romania e Portogallo (Gruppo 7). L’Italia si qualifica prima nel Gruppo B vincendo tutte e tre le partite contro Turchia, Belgio e Svezia. Nel Gruppo A si qualificano Portogallo e Romania e vanno fuori Inghilterra e Germania. Spagna e Jugoslavia sono le protagoniste del Gruppo C mentre Olanda e Francia dominano il quarto girone. L’ Italia supera senza problemi la Romania (2-0 nei quarti) e l’Olanda ai calci di rigore in semifinale. L’altre grande protagonista è la Francia campione del Mondo in carica. I Blues guidati da Zidane, Thuram e Deschamps eliminano la Spagna nei quarti (2-1) e il Portogallo in semfinale (2-1). In finale l’Italia passa in vantaggio con una rete di Delvecchio servito perfettamente da Pessotto. Nonostante i clamorosi errori di Del Piero sotto porta, gli azzurri mantengono il vantaggio sino alla scadere quando una rete di Wiltord pareggia il conto (1-1). L’Italia avverte il colpo e subisce nel recupero il golden gol di David Trezeguet.

All.: Roger Lemerre

Roger Lemerre (Bricquebec, 18 giugno 1941) .
È stato commissario tecnico della Nazionale francese, con cui vinse il campionato d’Europa 2000, ed è l’attuale CT della Nazionale tunisina.
Carriera da calciatore [modifica]
Ha giocato a livello professionistico nelle squadre del Sedan (1961/1969), Nantes (1969/1971), Nancy (1971/1973) e Lens (1973/1975).
Ha collezionato 6 presenze in Nazionale.
Carriera da allenatore
Nello stesso anno del ritiro dalla carriera di calciatore, Lemerre incomincia ad allenare la squadra del Red Star (durerà fino al 1978) e collezionerà anche un’esperienza all’estero, in Tunisia, alla guida dell’Espérance Tunisi nel 1984/1985.
Commissario Tecnico della Francia
Dal 1986 al 2002 diventa un allenatore di scuola federale, allenando le rappresentative nazionali francesi, ad eccezione di un breve periodo nel 1997, quando allenerà il Lens.
Dopo esser stato per 10 anni selezionatore della rappresentativa militare, diventa il vice di Aimé Jacquet in Nazionale A durante Francia ’98 e, dopo la vittoria e l’abbandono di Jacquet, la FFF nomina Lemerre nuovo CT.
Sotto la sua guida la Francia vince Euro 2000 battendo in Finale l’Italia per 2-1, dopo esser passati in svantaggio, con reti decisive di Wiltord al 90′ e di Trezeguet al 103′.
Due anni dopo, ai Mondiali 2002, la squadra viene eliminata al 1° Turno arrivando ultima nel Gruppo A e collezionando un solo punto, frutto di uno scialbo 0-0 contro l’Uruguay e di due sconfitte contro Senegal (1-0 nella gara inaugurale) e Danimarca (2-0).
A farne le spese (come sempre) è l’allenatore, che viene esonerato e sostituito da Jacques Santini.
Commissario Tecnico tunisino
Dopo il flop mondiale Lemerre diventa CT della Tunisia; nel 2004 vince la Coppa d’Africa giocata in casa, battendo in finale il Marocco e viventa il primo allenatore a vincere è il primo allenatore Europei e la Coppa d’Africa[1].
Nel 2006 la Tunisia viene eliminata nei Quarti di Finale della Coppa d’Africa dalla Nigeria per 6-5 dopo i rigori.
Nello stesso anno, la nazionale nordafricana partecipa alla Fase Finale di Germania 2006, venendo eliminata al 1° Turno in un girone composto da Spagna, Ucraina e Arabia Saudita.
Palmarès da allenatore
Campionato del Mondo Militare: 1
Francia: 1995
Campionato Europeo: 1
Francia: 2000
Confederations Cup: 1
Francia: 2001
Coppa d’Africa: 1
Tunisia: 2004
(Fonte e traduzione da Wikipedia)

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Gli Allenatori che hanno vinto gli Europei di Calcio: All.: Berti Vogts (Germania)


Anno 1996 | Paese organizzatore: Inghilterra | Squadra vincitrice: Germania

L’Inghilterra ospita gli Europei della nuova formula a 16 squadre nella fase finale. I gironi di eliminazione sono otto e passano il turno le prime classificate e le sei migliori seconde con uno spareggio tra le ultime due. L’Italia si qualifica tra le polemiche al secondo posto dietro alla Croazia, negli altri gironi brillano Francia, Spagna, Olanda e Germania mentre le sorprese sono rappresentate da Svizzera, Turchia Repubblica Ceca e Romania. Nella fase finale ci sono quattro gironi prima di accedere ai quarti. Nel Gruppo A passano Inghilterra e Olanda, nel Gruppo B Francia e Spagna e nel Gruppo D Portogallo e Croazia. L’Italia arriva terza nel Gruppo C e viene eliminata da Germania e Repubblica Ceca. I quarti prevedono Inghilterra-Spagna, Francia-Olanda, Germania-Croazia e Repubblica Ceca-Portogallo. L’Inghilterra e Francia passano ai calci di rigore, mentre la Germania elimina la Croazia e la sorprendente Repubblica Ceca il Portogallo. I tiri dal dischetto decidono anche le semifinali: Francia-Repubblica Ceca 5-6 dopo lo 0-0 e Germania-Inghilterra 7-6 dopo l’1-1. La Repubblica Ceca spera di ripetere l’impresa della Danimarca, ma la Germania questa volta riesce a vincere la finale superando per 2-1 i cechi.

All.: Berti Vogts

Berti Vogts (Büttgen, 30 dicembre 1946) è un ex calciatore e allenatore di calcio tedesco attualmente alla guida dell’Azerbaigian.
È considerato uno dei migliori difensori tedeschi di tutti i tempi. Basso di statura, ma molto roccioso, destro naturale, era un giocatore di personalità. Negli anni ’70 è stato fra i più forti terzini marcatori, forse il più forte, del calcio mondiale. Ha saputo ritagliarsi un posto da protagonista in una difesa tedesca che annoverava personalità tecniche del calibro di Franz Beckenbauer, Sepp Maier e Paul Breitner. Era il marcatore esterno destro, applicava marcature asfissianti, giocate sull’anticipo e sul senso tattico, duro nel tackle, ma leale, apparentemente aveva solo difetti: troppo piccolo per svettare nel gioco aereo, con le gambe troppo corte per essere veloce.
Gli fu affidata la marcatura di Johan Cruijff nella finale del Mondiale di calcio 1974, quando la Germania Ovest capitanata da Franz Beckenbauer affrontò appunto l’Olanda del “calcio totale”. Vogts cercava di tamponare la fantasia dell’olandese i tutti i modi, anche con entrate dure, ma mai pericolose. Svolse talmente bene il compito che costrinse il forte capitano olandese ad arretrare la sua posizione fin quasi alla linea dei propri difensori per liberarsi dall’asfissiante marcatura e potere giocare palloni più facilmente.
Carriera
Trascorse tutte tappe delle squadre giovanili nel VfB Büttgen, fino al 1965 quando fu acquistato dal Borussia Mönchengladbach. Di questa squadra divenne subito uno dei più forti giocatori, un insostituibile uomo della difesa. Era una squadra composta da grandi campioni tra cui l’attaccante Jupp Heynckes, il danese Allan Simonsen e il centrocampista Rainer Bonhof. Vinse per 5 volte il campionato tedesco e 2 volte la Coppa UEFA. Fu proprio in entrambe le finali europee ad alzare in alto la coppa, in quanto era stato eletto come capitano della squadra, per il grande carisma e la grinta che metteva in campo.
Sapeva destreggiarsi magnificamente in difesa, non si portava quasi mai verso l’attacco, anche per via di una tecnica non troppo raffinata, ma il suo apporto in difesa era sempre eccellente. Riusciva a rimanere sempre concentrato in ogni partita, sia che si trattasse di una finale mondiale, sia di una amichevole. Dava sempre il massimo e per questo era considerato un giocatore di sicuro affidamento sia per il proprio club (ha trascorso 14 anni nel Borussia Mönchengladbach) sia per la Nazionale, con la quale ha vinto il mondiale del ’74. Chiuse la carriera nel 1979, a 33 anni, dopo aver totalizzato 419 partite e 33 reti. Divenne presto allenatore, attività che continua ancora oggi.
Carriera da allenatore
Ha allenato dal 1990 al 1998 la Germania (dopo essere stato il vice di Beckenbauer ad Italia ’90), vincendo un Campionato Europeo (1996). Nel settembre 1998 diede le dimissioni, dopo il non esaltante mondiale francese.
Successivamente ha allenato Bayer Leverkusen, Kuwait, Scozia e Nigeria.
È stato nominanto il 30 marzo 2008 commissario tecnico dell’Azerbaigian[1]
Palmarés
Individuale : Calciatore tedesco-occidentale dell’anno: 2 (1971, 1979 ). (Fonte e traduzione da Wikipedia)

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Gli Allenatori che hanno vinto gli Europei di Calcio: All.: Rinus Michels (Olanda)


Anno 1988 | Paese organizzatore: Germania | Squadra vincitrice: Olanda

Gli Europei del 1988 si disputano in Germania con i bianchi qualificati d’ufficio. Superano le qualificazioni la Spagna, l’Urss, l’Inghilterra, l’Olanda, la Danimarca e l’Eire. L’Italia ottiene sei vittorie, un pareggio e una sconfitta e vince il Gruppo 2 davanti alla Svezia. A sorpresa non riesce a qualificarsi la Francia campione in carica. Nel Gruppo 1 si trovano Germania, Spagna, Italia e Danimarca, mentre Urss, Olanda, Eire e Inghilterra compongono il secondo Gruppo. La Germania vince il Gruppo 1 davanti all’Italia, mentre l”Urss si impone davanti all’Olanda. Nelle semifinali la Germania cede il passo all’Olanda trascinata da Marco Van Basten, mentre l’Italia di Vicini crolla sotto le reti di Litovchenko e Protasov. In finale vanno Olanda e Urss. I tulipani si laureano campioni d’Europa con un secco 2-0frutto delle reti di Gullit di testa e di uno straordinario gol di Van Basten.

All.: Rinus Michels

Marinus Jacobus Hendricus Michels detto Rinus (Amsterdam, 9 febbraio 1928 – Aalst, 3 marzo 2005) è stato un calciatore e allenatore di calcio olandese.
La storia di Marinus comincia da lontano, da Amsterdam, e se è vero che il destino lascia dei segni sulla propria strada, il primo che si manifesta nella vita di Rinus è datato 9 febbraio 1936, il giorno del suo nono compleanno: al piccolo vengono regalati degli scarpini da calcio e un pallone con lo stemma dell’Ajax; per il bimbo il calcio è già una passione, gioca con gli amici e si “allena” con suo padre. Un osservatore dell’Ajax lo nota e nel 1940, a 12 anni, entra a far parte delle giovanili dell’Aiace. L’Europa è già in guerra, le truppe del Terzo Reich invadono l’Olanda, per gli olandesi ma soprattutto per l’Ajax sono tempi duri, il club è storicamente legato alla comunità ebraica e vive momenti difficili con tutta la dirigenza rimossa. Per Marinus sono gli anni dell’adolescenza, la sua carriera rimane bloccata, difficoltà materiali lo bloccano e problemi burocratici impediscono il suo ingaggio da parte dei francesi del Lille.

Quando la guerra finisce Rinus ha 17 anni e l’anno dopo poco più che diciottenne debutta nella prima squadra che milita in Serie B. Si gioca il 9 giugno contro l’ADO, l’Ajax stravince e il ragazzo segna 5 gol, nell’8 a 3 finale. La squadra viene così promossa in Prima divisione. L’anno dopo i Lancieri vincono il campionato e Michels si ritaglia uno spazio sempre più ampio nell’organico del club: tra il 1946 e il 1958 giocherà più di 250 partite segnando 122 gol. Non è un giocatore fenomenale ma è una persona seria, si allena con costanza, cerca sempre di migliorarsi nonostante non abbia qualità fisiche o tecniche eccelse, è un professionista che assapora anche il gusto della nazionale Orange, dove debutta nel 1950 contro la Svezia e dove collezionerà solo 6 presenze, con un record poco invidiabile di 6 sconfitte. La carriera da calciatore finisce nel 1958, a soli trent’anni, a causa di un infortunio alla schiena. È giovane per smettere ma il ritiro dal calcio giocato non è che il preludio della sua epopea; per un periodo fa l’insegnante di educazione fisica sfruttando il suo diploma, insegna per un po’ in una scuola per bambini audiolesi poi nel 1965 quando l’Ajax chiama, lui risponde, ed è l’inizio di una sfida e di una rivoluzione.

Rinus ha solo 37 anni e il club di Amsterdam è ancora una squadra “normale”, sarà questo uomo simpatico e perfezionista a costruire il mito. Guida il team alla vittoria di quattro campionati olandesi tra il 1966 e il 1970 (solo nel 1969 vincerà il Feyenoord, futuro Campione d’Europa) e a una triplice affermazione in Coppa d’Olanda. Michels comincia a costruire un meccanismo perfetto, una squadra che gioca a memoria, i cui giocatori non si limitano a interpretare il loro “compitino” ma che giocano in funzione della situazione di gioco che gli si presenta. È nato il calcio totale, terzini che spingono e crossano, punte che fanno i registi, pressing alto e asfissiante, trappola del fuorigioco a volte esasperata ma un gioco arioso, bello forse troppo, caratterizzato da un mix di strapotere fisico (le sedute atletiche del Generale Rinus sono leggendarie) e una grande abilità tecnica da parte di tutti gli elementi della rosa, portiere compreso (Jongbloed preso dal NAC Breda era un ottimo regista arretrato).

La rivoluzione non sconvolge solo l’Olanda ma l’Europa intera, il Totalvoetbal di Michels si diffonde come la “buona novella” del calcio, anche se la prima grande recita della compagine di Michels si rivela un flop. Si gioca a Madrid, è la finale della Coppa Campioni 1969, i Lancieri affrontano il Milan di Rocco e ne prendono quattro con tre gol di Piero Prati e un Gianni Rivera autore di una prestazione di grandissimo spessore. Sbagliando s’impara, si dice, e il Generale Rinus si presenta con le sue truppe due anni dopo, stessa occasione, l’ avversario è il Panathinaikos allenato da Ferenc Puskas e questa volta si gioca nel tempio di Wembley, il 2 giugno. E’ un match senza storia fin dall’inizio, i greci e il loro allenatore ci capiscono poco, pochissimo, al 5’ l’Ajax è già in vantaggio, segna Van Dijk, poi gli olandesi irretiscono gli avversari con il loro moto perpetuo e armonico, creano sette, otto occasioni da gol, soffrendo ben poco in difesa, all’85’ arriva il 2 a 0, è finita, mamma butta la pasta, l’Ajax è campione d’Europa.

Vinta la Coppa, Rinus decide di lasciare, le basi della rivoluzione sono lanciate, i Lancieri vengono affidati a Stefan Kovacs, ex allenatore della Steaua di Bucarest che porta avanti la filosofia di gioco del trainer olandese e olia la macchina da guerra costruita dal Generale vincendo altre due Coppe Campioni, una Coppa Intercontinentale (1972) e la prima Supercoppa Europea (1973), e dando prove di calcio memorabili come la finale di Coppa Campioni 1972 -dove Cruijff fa letteralmente ammattire un giovanissimo Oriali- o il 6 a 0 al Milan nella Supercoppa europea 1973.

Il Generale va al Barcelona: è il 1971, il franchismo è al tramonto, il dominio calcistico delle squadre madrilene no, Rinus esporta in Catalogna il suo modo di intendere il fútbol e i risultati alla lunga si vedono. Ci vorranno due anni e l’arrivo di Cruijff , ma poi sarà grande spettacolo, con una data simbolo, 17 febbraio 1974. Real Madrid 0 Barcelona 5 con un Santiago Bernabeu ammutolito e un gol spettacolare di Crujiff.

La metà degli anni Settanta sono forse il culmine della carriera da manager di Rinus, nel 1975 tornerà all’Ajax per una sola stagione, nel 1976 ritornerà sulla panchina blaugrana per due annate nelle quali vincerà una Copa del Rey (1978); l’anno seguente se ne andrà nella NASL, l’antenata della MLS, anche in quell’occasione per una sola stagione.

Nel 1980 il Generale torna in Europa, al Colonia, quattro stagioni e una Coppa di Germania, dopo quell’esperienza ce ne solo un’altra in un club, la stagione 1988-1989 sempre in Germania, al Bayer Leverkusen anche qui senza lasciare il segno. L’altro grande amore della carriera calcistica di Michels è stata la nazionale olandese. Il Generale l’ha guidata a più riprese, tra il 1974 e il 1992; la prima volta è stata alla vigilia dei Mondiali di Germania del 1974, la Federazione olandese lo ingaggiò nel marzo di quell’anno, a qualificazione già ottenuta.

Per l’Olanda è la seconda partecipazione e francamente non è tra le favorite, ma i ragazzi guidati da Rinus avanzano abbastanza agevolmente, 2 a 0 con l’Uruguay (doppio Rep), 0 a 0 con la Svezia e poi 4 a 1 con la Bulgaria con Johan Neeskens in cattedra. Il secondo girone pare il posto dove i sogni arancione si debbano infrangere, ma la nazionale guidata dal Generale affonda prima la corazzata argentina per 4 a 0 (grandi Crujff e Neeskens), poi la piccola DDR ( 2 a 0) e infine il Brasile di Pelè annichilito da un gioco improponibile per la cultura e la tradizione calcistica dei verdeoro, abituati a correre poco e a far correre molto la palla: l’Olanda è in finale.

La squadra è costruita a immagine e somiglianza dell’Ajax totale, la filosofia è la stessa, un 4-3-3 molto duttile, un gioco dai ritmi forsennati e fondato sulla versatilità dei suoi interpreti, che è la quintessenza del calcio offensivo ma che garantisce anche grande copertura difensiva dovuta all’eccezionale preparazione fisica dei giocatori. Gli interpreti singoli sono di classe mondiale, Cruijff, Neeskens, Rep e Rensenbrinck sono tra i migliori giocatori dell’epoca che uniscono alle doti fisiche quelle abilità tecniche necessarie per il tipo di gioco della squadra.

Nonostante le grandi potenzialità gli Orange non vincono. La finale all’Olympiastadion di Monaco comincia bene, al 3’ Vogts atterra Cruijff, è rigore, i tedeschi non hanno praticamente toccato pall., Crujff trasforma, è 1 a 0; paradossalmente è l’inizio della fine, gli olandesi man mano calano, l’arbitro Taylor da un rigore per la Germania Ovest, Breitner trasforma, è 1 a 1, siamo al 25’, poi al 43’ Gerd Muller raddoppia e gli Orange spariscono dal campo, il Generale ha perso.

Con la sconfitta Michels lascia la guida della nazionale, la ritroverà dieci anni dopo, nel 1984 per un solo anno, poi per un biennio tra il 1986 e il 1988; sarà un’altra grande avventura, un’avventura che porterà Rinus al primo ( e unico) successo con gli arancioni, in Germania al Campionato Europeo. Non è più il calcio totale ma il gruppo su cui l’allenatore può contare è eccelso, il trio olandese del Milan (Gullit, Van Basten e Rijkaard) costruisce l’ossatura di quella rosa, completata da ottimi elementi come Ronald Koeman, Wouters, Van’t Schip e da un buon portiere come Van Breukelen.

Il cammino verso la vittoria è tortuoso e l’Olanda, giunta seconda nel girone, deve incontrare in semifinale i padroni di casa. E’ una partita equilibrata, segna Matthaeus al 10’ della ripresa, Koeman pareggia al 27’ poi Van Basten risolve a due minuti dalla fine: è il suo quarto gol della manifestazione, l’antipasto della finale. Sì, la finale, si gioca contro i sovietici che hanno strappato proprio agli Orange il primo posto del girone eliminatorio e che in semifinale hanno liquidato in quattro minuti l’Italia di Vicini.

La finale è a senso unico, i russi hanno un ottimo gruppo (Mikhailichenko, Protassov, Dasaev) ma gli Orange sono superiori a livello tecnico e tattico ma soprattutto la nazionale olandese hain Van Basten un giocatore unico, fenomenale, che in quella finale segnerà un gol di rara bellezza. Un tiro al volo sul cross dalla sinistra, una parabola bellissima, dipinta in modo tale che Dasaev non si rende conto della gran legnata.

E’ 2 a 0, aveva segnato Gullit poco prima ma quel gol non se lo ricorda nessuno. Come suo solito Michels lascia dopo una grande manifestazione, tornerà alla guida della sua nazionale nel 1990 dopo il Mondiale conducendo il gruppo fino a Svezia 1992. Lì l’Olanda è tra le favorite insieme ai tedeschi, il girone un po’ li aiuta, la Scozia non è temibile, la CSI che sostituisce l’URRS non è all’altezza della rappresentativa di quattro anni prima. Risultato: Germania e Olanda in semifinale, con Svezia e Danimarca, ci si rivede in finale si pensa. La semifinale contro i danesi per il tecnico olandese è una partita a scacchi con l’altro allenatore, Richard Moller Nielsen. È una patta, si va ai rigori. Segnano tutti, sbaglia invece chi generalmente non sbaglia mai, Marco Van Basten. Gli Orange escono e il Generale si ritira.

L’allenatore di Amsterdam non accetterà più nessun incarico, non se la sente, ha già avuto un infarto nel 1986 e non vuole rischiare; nonostante sia a riposo De General rimane un opinionista ascoltato, poco invadente ma con battute fulminanti come quella volta che ritirando un premio disse “sono così contento che se fossi un cane scodinzolerei” o come quanto disse che il “calcio è una guerra”.

Una guerra da cui il Generale si è congedato a 77 anni, nel 2005, con i gradi di Allenatore del Secolo e di Cavaliere della Federazione olandese. (Fonte: La Grande Storia del Calcio)

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