Fisco, noia e stadi vecchi. Il made in Italy non tira più

Articolo di Roberto Beccantini pubblicato da La Stampa

Kakà e Ibra solo l’inizio del grande esodo

Eppure siamo campioni del Mondo. Meglio urlarlo, mentre ci portano via Kakà e forse Ibrahimovic. Non aiuta a capire, ma serve da oppio. C’era una volta l’Italia di Michel Platini e Diego Maradona, quando la serie A era l’ombelico di tutti i campionati, e nessuno poteva offrire di più o di meglio: Platini non scappò, si ritirò. Anni Ottanta, lo sbarco di Silvio Berlusconi e la caduta del Muro. Oggi siamo tutti in crisi, noi più di inglesi e spagnoli. La gente tira la cinghia e i «ricchi scemi» – come Giulio Onesti, presidente storico del Coni, chiamava i padroni del calcio – sono meno ricchi. Comanda la Premier, tallonata dalla Liga. Non è solo questione di debiti, materia nella quale non siamo i primi della lista, e neppure di paradisi fiscali (la Spagna, per esempio), ai quali opponemmo il decreto spalma-perdite del governo Berlusconi, un aiuto di stato allo stato quasi puro.
I biglietti delle partite sono cari ovunque, se mai sono stati i diritti tv a renderci pigri, obesi, in bolletta di idee. Dal 2010 torneranno collettivi: ne vedremo delle belle. Non si può non parlare degli stadi, all’estero di proprietà dei club e da noi no: mai che un dirigente vi abbia investito un euro, mai. Hanno sempre privilegiato l’emotività della piazza all’umiltà del mattone. Dei mecenati, resiste Moratti. Gli obblighi politici e le pressioni familiari hanno paralizzato Berlusconi: precedenza al bilancio. In Spagna, la giostra ruota attorno alla dicotomia Barcellona-Real. In Inghilterra, gli spendaccioni sono quasi tutti americani o russi: hanno scoperto il business del calcio e si divertono. Per ora. Se il Barcellona paga lo sponsor, che è l’Unicef, il Manchester United, beato lui, ne sarà profumatamente gratificato: è di ieri la notizia dell’accordo con Aon Corporation, la più grande azienda di brokeraggio assicurativo del mondo; quattro anni, dal 2010, alla modica cifra di 33 milioni di euro l’uno. Uno schiaffo, e che schiaffo, alle «macerie» romane di Champions.
Si va a cicli, e adesso tocca agli altri. Kakà è spinto dal Milan, ma Ibrahimovic, tentato dal Barça, prende 12 milioni di euro dall’Inter: possibile che sia solo un problema di soldi? Platini rimase in Italia cinque stagioni, idem Zidane, a cinque è arrivato lo svedese. Un limite quasi fisiologico. L’ultima Champions vinta (dal Milan) risale al 2007: non proprio un secolo fa. Se abbiamo perso fascino, lo dobbiamo anche a Calciopoli, lo scandalo che avrebbe dovuto purificarci. Invece di cambiare sistema, siamo passati da un regime all’altro. All’estero, l’arbitro fa parte del gioco, da noi si ha sempre la sensazione che faccia parte dei giochi: un po’ di meno o un po’ di più a seconda del tifo. E poi il coraggio, un altro nodo venuto al pettine. Il Manchester United prende Cristiano Ronaldo a 18 anni e ci crede. Noi prendiamo Henry, Vieira e Gourcuff giovani e non ci crediamo. Pato è l’eccezione, non la regola.
Il mercato globale ha rimescolato le gerarchie, le leggi ci sono anche da noi, ma spesso risultano di un’elasticità imbarazzante. La qual cosa frena il sacro ardore degli investitori stranieri. A parità di offerta, inoltre, è chiaro che un campione anteponga la dolcezza del panorama (stadi pieni, calcio solare, veleni ridotti) alla qualità litigiosa e rozza dei nostri servizi. Ogni «sequestro» è buono per marciare su Palazzo Chigi e invocare una pressione fiscale in linea con gli altri. Bastasse. Lacrime di coccodrillo. Dalla Lega di A al sindacato di Campana si batte anche il tasto del merchandising, settore nel quale siamo ancora al Medioevo. E, naturalmente, meno tasse, noi che trattammo per le imposte di Lotito. Più in generale, ci stanno riservando lo stesso trattamento che, in passato, i nostri squali riservavano agli invasori. Nell’autunno del 1994 Luis Figo firmò per due club, Juventus e Parma: bei tempi. Adesso si fa la ola per Diego, l’ultima scommessa della Juve. Brasiliano, è costato 25 milioni di euro, viene da Brema e sembra felice. Sembra.

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