Addio a Lombardi, il morbo di Gehrig ha sconfitto anche lui

Articolo di Ivo Romano pubblicato su “La Stampa

S’è arreso, alla fine. Come mai avrebbe fatto sul campo, lui che tra le sue prerogative aveva tecnica pregevole e cervello fino, senza per questo derogare al carattere, da buon toscano col cuore grande e la lingua affilata. Ma il calcio è una cosa, la vita un’altra. Se poi il mediano di turno, quello che ti asfissia, è un male subdolo come pochi, sai che non c’è scampo. Vai avanti fin quando puoi. Fino al giorno della resa, inevitabile. Che per Adriano Lombardi, 62 anni, toscano di Ponsacco, Pisa, ex regista vecchio stampo, poi riciclatosi in panchina, è giunta ieri, all’alba, a Mercogliano, un pugno di case ai piedi del Partenio, in Irpinia, terra d’adozione. Nella sua casa, caldo focolare e insopportabile prigione. Da mesi immobile, impossibilitato a parlare, attaccato a una macchina. Ma circondato dall’affetto dei cari, la moglie Luciana, le loro gemelle, Sara a Mara, il cui sorriso per lui era diventato tutto, appiglio alla vita, come il resto della prole, i figli lontani, quelli di primo letto. Fino a ieri, il giorno dell’addio.

Se l’è portato via un male noto e sconosciuto al tempo stesso, la Sla (o morbo di Gehrig), che l’ha consumato, ne ha divorato i muscoli, inibito i movimenti. Senza mai azzerargli orgoglio e coraggio. Altrimenti non sarebbe venuto allo scoperto, anni fa. Petto in fuori e sguardo fiero, per raccontare un dramma e lanciare un monito. Mai un’accusa, al suo mondo: «Il calcio non c’entra», ripeteva. Solo un invito a far presto: «La ricerca sulle cellule staminali è importante», ammoniva. Perché, come dalle parole della moglie Luciana, «questo è un male che avanza veloce, che non aspetta, quindi tocca anche a chi di dovere far presto». Concetti chiari. Espressi fin quando ha avuto voce per farlo. In una edizione di Telethon, fra l’abbraccio dei compagni e la soddisfazione per aver portato alla luce il problema. E in una puntata di Sfide, laddove il calcio è raccontato da una differente prospettiva. Il calcio, la sua vita, 18 stagioni in campo: circa 500 partite, spesso da capitano, in giro per l’Italia – dalle giovanili della Fiorentina all’Empoli, dal Lecco al Como, da Piacenza a Perugia, fino ad Avellino. Soprattutto, Avellino. Calcio di retroguardia, nei meandri della cadetteria. Poi la notorietà, improvvisa. La promozione in A nel 1978, la prima a San Siro, la Scala del calcio, contro il Milan: Lombardi che dimentica i documenti, l’arbitro Mattei che non vuol sentire ragioni, il capitano che deve accomodarsi in tribuna. Un anno in A, poi via, verso altri lidi. Salvo tornarci, da allenatore, poi da presidente onorario (l’Avellino giocherà col lutto al braccio, forse ritirerà la sua maglia, la numero 10). E per viverci, anche nel dramma. Ieri se n’è andato, lasciando in eredità il suo pensiero, tradotto dalla moglie Luciana: «Di lui mi aveva colpito il gran cuore. Purtroppo, non ha avuto dalla vita e dal calcio tanto quanto lui ha dato. L’ha sconfitto un male subdolo, che va veloce, come dovrebbe andare la ricerca».

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