Quando c’è aria di crisi, quando le cose non vanno bene, bisogna prendere per mano la squadra. Lui lo fa sempre, non si tira indietro. Quando Cossu è preso dai crampi, e Biondini, Lopez e Conti gli fanno cenno di buttarla fuori, lui imperterrito continua, perchè c’è da fare male, perchè le disposizioni regolamentari lo consentono. Quindi Perrotta segna. Bravo Massimo Tecca, il commentatore di Sky che non è tifoso della Roma, a stigmatizzare l’accaduto, bravo Di Gennaro. La regola del continuare a giocare valeva anche per il primo tempo però, dove i giocatori del Cagliari hanno messo la palla fuori due volte per soccorrere altrettanti falli subiti dai giallorossi. Grande Fair Play, che la dice lunga sulla stagione della Roma, che un pur antipatico Mister aveva predetto: “szero titoli“
Ieri durante la partita Catania-Torino, l’etneo Plasmati si è abbassato i calzoncini per distrarre il portiere granata. Nel football americano funziona lo schema del ‘wrong ball’; nel baseball quello del ‘Bee Play’
Roma, 17 nov. – (Adnkronos/Ign) – Difficile distinguere tra strategia geniale e furbata quando un giocatore, su un campo da calcio, si abbassa i pantaloncini per ostacolare la visuale del portiere avversario. E’ successo ieri nel match Catania-Torino, quando i siciliani hanno applicato uno schema inedito su un calcio di punizione. Prima, hanno creato una barriera supplementare per creare problemi all’estremo difensore avversario. Poi è arrivato il ‘tocco’ finale: il rossoazzurro Gianvito Plasmati si è calato i calzoncini per rendere ancor più difficile il compito di Matteo Sereni. Risultato: il pallone calciato da Giuseppe Mascara si è insaccato a fil di palo.
Uno schema non certo all’insegna del fair play ma che, come spiega a ‘Radio Anch’io Sport’ l’ad del Catania, Pietro Lo Monaco, ”non risulta che si tratti di un comportamento irregolare”. ”Queste cose – dice – si provano in allenamento, anche con un ritmo ossessivo. L’obiettivo era ostacolare la visuale del portiere”. ‘Furbata’ e condotta antisportiva? ”Bisogna fare riferimento alle regole – replica Lo Monaco -. L’arbitro deve decidere se il gesto è sanzionabile. Il buon gusto è relativo…”.
Ad onor del vero, il ricorso a questi espedienti non è tipico solo del calcio italiano. I coach delle squadre di football statunitensi hanno adottato con successo lo schema ‘wrong ball’, ampiamente documentato dai video pubblicati su YouTube. Il copione è elementare: il quarterback che dà inizio all’azione offensiva si avvicina alla linea laterale, con l’intenzione di sostituire il pallone sgonfio. Gli altri 21 giocatori restano immobili mentre lui, quando arriva il segnale dall’allenatore comincia a correre verso l’area di meta avversaria: touchdown, tra l’entusiasmo di genitori e tifosi.
Le risate, invece, accompagnano l’esecuzione del ‘Bee Play’, lo ’schema ape’, adottato dal giovane Stephen Budnicksu un campo da baseball. Il giocatore comincia ad agitarsi tra la prima e la seconda base come se fosse assalito da uno sciame di insetti. Gli avversari si distraggono per eliminare l”attore’ che tenta di rubare la seconda base. Intanto, un altro giocatore va a segnare un punto.
Niente risate, ma critiche, sono piovute lo scorso anno su Alex Rodriguez. Il 31 maggio dello scorso anno, la stella dei New York Yankees si è segnalato anche per un episodio controverso. Nel nono inning della partita vinta 10-5 contro i Toronto Blue Jays, ha urlato nell’orecchio di un avversario, il terza base Howie Clark, lo ha distratto e ha trasformato un’azione innocua in un punto. Non si sa se il giocatore più pagato della Major League abbia gridato solo ”Ah!” o se abbia chiamato la palla con il classico ”Mia!”. ”Ogni tanto funziona, ogni tanto no”, ha detto lui.
IL QUINDICENNE: «Era un penalty ingiusto Ho guardato i compagni e ho tirato fuori» IL MISTER: «Non ha rispettato le regole»
E’ giusto sbagliare un calcio di rigore per compiere un gesto di fair play sportivo? O forse è più giusto realizzarlo per rispetto nei confronti dell’arbitro che ha preso quella decisione e nei confronti degli stessi avversari? Parliamo di un episodio accaduto nel match della categoria Allievi provinciali tra le squadre Virtus Villafranca e Albignasego. L’arbitro decreta un calcio di rigore a favore dell’Albignasego, che tra l’altro sta già vincendo 7-0. Motivo: un fallo di mano in area fatto da un difensore del Virtus Villafranca.
Il quale, con i compagni, protesta sostenendo che il pallone era già uscito dal campo prima del tocco di mano. Il rigore viene concesso, il difensore viene espulso e Luigi M., rigorista dell’Albignasego Allievi, dopo un cenno d’intesa con i compagni di squadra, decide di calciarlo fuori apposta. A quel punto il suo allenatore, Antonio Veloce, si arrabbia e lo sostituisce immediatamente. La giovane promessa granata di 15 anni era convinto dell’ingiustizia del rigore, come spiega: «L’ho calciato fuori perché eravamo tutti convinti che il rigore non c’era. Io preso dalla situazione ho deciso di buttarlo fuori per riguardo verso la squadra avversaria».
Però rispetto a volte non è solo compassione, ma bensì comportarsi normalmente onorando le regole imposte: è il pensiero di mister Veloce. Il 45enne allenatore ha sulla questione una sua visuale: «L’ho sostituito perché quando gli ho chiesto se l’aveva calciato fuori apposta lui mi ha detto di sì – rivela Veloce, ex SaonaraVillatora – Dal momento in cui si è in campo ci sono delle regole da rispettare, e le decisioni dell’arbitro vanno rispettate. L’andarci contro è un atto improprio nei confronti dell’arbitro e della squadra avversaria che magari non vuole regali».
Già, l’arbitro, il ruolo più difficile sul campo da calcio. Una decisione da prendere in pochi attimi, che la stragrande maggioranza del pubblico è pronta a contestare senza capirne le difficoltà e senza valutarne la buonafede, anche quando la delibera è quella giusta: «Il rigore per me c’era – afferma l’allenatore Veloce – Bisogna rispettare le decisioni dell’arbitro e quindi calciare fuori un rigore concesso può essere considerato un atto di mancanza di rispetto verso il suo operato. Poi non credo che la squadra avversaria sia contenta degli atti di carità». L’allenatore ha spiegato questo suo pensiero ai ragazzi nello spogiatoio. E soprattutto a Luigi, che ora ammette: «A fine partita il mister mi ha spiegato il suo punto di vista e ora mi pento di aver sbagliato il rigore. Forse facendo così non ho portato rispetto verso l’arbitro».
Nell’editoriale dal titolo ‘Tutti i meriti di Reja. Gila, occasione persa’, e presente stamani sulle pagine del Corriere dello Sport, ecco ciò che scrive il direttore del quotidiano sportivo Alessandro Vocalelli in merito al fallo di mano compiuto ieri sera da Alberto Gilardino nel corso della gara contro il Palermo: “Inaccettabile che arbitro e guardalinee non si siano accorti di nulla, un peccato che il centravanti viola abbia perso l’occasione di confessare in campo l’irregolarità, anche se sulla stessa azione ci sarebbe stato comunque un rigore per i viola. Ma per una società che ha fatto del fair play il suo marchio di fabbrica, per una società che si è imposta come modello di correttezza, sarebbe stato un altro spot formidabile se il suo attaccante avesse ammesso l’irregolarità. Peccato non rendersi conto che si può passare alla storia di un campionato anche con un gesto così e non solo con prodezze che meritatamente Gilardino sta mettendo insieme dall’inizio della stagione. Questa bellissima Fiorentina ha una società forte, una squadra di livello e – come si dice – non ha alcun bisogno di aggiungere una dose di inaccettabile furbizia alle proprie qualità”.
Articolo pubblicato sul blog Balarm.it di Giuseppe GERACI
Palermo-Reggina. E’ un gol fatto ma Brienza si ferma. Che succede? Il pubblico applaude, i giocatori avversari gli tendono la mano, l’arbitro si congratula.
Signori oggi non mi va di parlare di tattica, di gesti tecnici, polemiche più o meno sterili su quanto avviene all’interno del rettangolo di gioco, quindi voglio anteporre l’aspetto umano a quello calcistico. Tante volte allo stadio applaudiamo, come tanti robot, al gesto del “fair play” tanto caro all’UEFA ma poche volte ci troviamo di fronte ad un giocatore che antepone il cuore ad un gol fatto, che privilegia un gesto nobile che ha lasciato di stucco i 30.000 del Barbera e tutto il mondo pallonaro.
Signori stiamo parlando di Franco Brienza detto “Ciccio”. Siamo al 2° minuto della ripresa (in Palermo-Reggina dello scorso 28 settembre) e, durante un contrasto aereo, Corradi Reggina e Balzaretti restano a terra mentre l’azione prosegue con Brienza che supera di slancio il diretto avversario e si ritrova a tu per tu con il portiere avversario.
E’ un gol fatto ma Brienzino si ferma. Che succede? Il pubblico applaude, i giocatori avversari gli tendono la mano, l’arbitro si congratula. Sì è proprio vero Ciccio non l’ha messa dentro. Indubbiamente avranno pesato i 7 anni trascorsi all’ombra del Pellegrino per l’ex fantasista rosa ma non basta. Potevi far gol e non esultare per poi scusarti con pubblico ed avversari di non aver visto ciò che accadeva alle spalle……no, no dietro questo gesto c’è qualcosa di più.
C’è un grande uomo che un giorno potrà raccontare ai propri figli di essere diventato un esempio per tanti cialtroni e mestieranti del calcio d’oggi che guardano solo a sponsor e mettono ingaggi al primo posto in una loro personalissima scala di valori, potrà vantarsi di aver insegnato ai tanti bambini che guardano al calcio ancora come uno sport che esiste il rispetto per gli avversari ed il sentimento.
Ha detto bene chi in sala stampa, nel dopo partita, ha espresso il desiderio di proiettare il gesto tra le scuole calcio, tra quelle giovani leve che dal calcio e dallo sport in generale devono trarre insegnamenti di vita. Un giorno, visitando una scuola calcio affollata di ragazzini, qualcuno mi disse “non tutti diventeranno calciatori ma sicuramente diventeranno uomini”. Il grande Sciascia aveva effettuato una particolare classifica del genere maschile con il suo celebre omini, mezzi omini, ominicchi e quaquaraquà. Sicuramente Brienza è un uomo!
Intervenuto ai microfoni di “Mediagol” su Prima Radio, il presidente dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio, Renzo Ulivieri, è tornato a commentare il gesto di fair play che ha visto protagonista Brienza durante la sfida del “Barbera” di ieri tra Palermo e Reggina. “Più correnti di pensiero in questo episodio? Corrente di pensiero ce n’è una sola: c’è un regolamento, un accordo fatto tra allenatori, capitani e arbitri nel quale si è detto che in questi casi fischia l’arbitro – ha spiegato il tecnico – poi si può interpretare come vuole da ogni singolo calciatore, ma questo accordo nasce soltanto nel rispetto degli spettatori e per tenere elevati i ritmi del match ma se fossi stato il presidente o l’allenatore della Reggina mi sarei arrabbiato pesantemente per questo episodio. Si è già detto e ribadito che deve decidere l’arbitro a fermare il gioco – ha aggiunto Ulivieri – un giocatore pertanto deve soltanto pensare a giocare, a maggior ragione se gioca per una squadra, la cui panchina del tecnico è a rischio”.
… Sergio arriva al limite dell’area, tentenna, si guarda indietro, poi calcia a lato
Una saga amara, quella del Levante. Dolorosa, lontana dal pallone milionario, arricchita da gesti di nobile protesta, grande fair play e piena di disperazione. I giocatori negli ultimi due anni hanno preso il 20% di quanto gli spetta. I nuovi arrivati hanno incassato il 10%. «Ci sono dei compagni che devono farsi prestare i soldi per mangiare», ha detto ieri in un’intensa conferenza stampa il capitano dei «granota», Rubiales. Nel pomeriggio la tragica realtà descritta dal capitano è esplosa quando Lozano, un ragazzo del vivaio, stava per venire alle mani con Pedro Villaroel, ex massimo azionista e padre padrone del club. «Armando va capito — ha detto ancora Rubiales — economicamente se la passa malissimo». Il club continua a fare promesse ma la situazione non si sblocca.
Mercoledì sera a La Coruña il Levante ha inscenato l’ennesima protesta schierandosi abbracciati a centrocampo. Il Deportivo dà il calcio d’inizio. Quelli del Levante restano fermi. Bodipo passa la palla a Sergio che s’invola sulla destra verso l’incustodita porta avversaria. Alla sua sinistra corre l’arbitro. Dietro e davanti a lui, il vuoto. Sergio arriva al limite dell’area, tentenna, si guarda indietro, poi calcia a lato della porta vuota tra gli applausi dei suoi tifosi. Il Deportivo aveva bisogno di una vittoria, che è arrivata solo al minuto ‘87.
Si stima che marchi come Nike, Adidas e Puma, incrementeranno i propri profitti di almeno il 50% nel corso dei prossimi giochi olimpici di Pechino. Non per meriti dei loro “illuminati” manager, ma per le condizioni di estremo sfruttamento in cui costringono i loro 800mila dipendenti nei paesi in via di sviluppo. Operai costretti a cucire palloni, incollare scarpe, tagliare stoffe, anche per dodici ore al giorno e guadagnare giornalmente solo 50 centesimi di dollaro.
Sono alcuni dei dati che emergono dal rapporto Play Fair 2008, tradotto per l’edizione italiana dalla Campagna Abiti Puliti. Una realtà che emersa anche grazie alle centinaia di testimonianze dirette dei lavoratori, che raccontano la loro schiavitù ed i disumani ritmi di produzione. Uno schiavo della New Balance in Cina racconta come «Sono stanco da morire adesso… In due dobbiamo incollare 120 paia di scarpe all’ora… Nessuno di noi ha tempo di andare in bagno o bere un bicchier d’acqua. Ciononostante stiamo lavorando senza riposo e abbiamo sempre paura di non lavorare abbastanza in fretta per fornire le suole alla linea successiva…. Siamo stanchi e sporchi». Condizioni accettate senza poter fiatare, per non rischiare di perdere l’unica fonte che permetta loro di sopravvivere. Una sopravvivenza in condizione di vera e propria schiavitù, che costringe quei lavoratori a vivere e dormire a centinaia nello stesso posto di lavoro, in condizioni ambientali precarie, costretti a subire le vessazioni dei propri superiori. In quei posti, diritti e rappresentaze sindacali sono meno di un lontano miraggio ed i contratti di lavoro una vera e propria chimera. E’ da queste condizioni che aziende come Nike, Adidas, Puma, Asics traggono i loro profitti, in un rapporto direttamente proporzionale ai livelli di sfruttamento a cui costringono i loro lavoratori. Queste multinazionali, che sfoggeranno i loro loghi durante la rassegna olimpica, si maschereranno da portatori del sano spirito olimpico, promuoveranno spot pubblicitari nei quali saranno esaltati valori di lealtà, umanità e di pace. Tutto mentre nelle loro fabbriche, si consuma lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Dell’uomo ridotto ad una merce di valore minore di quella che produce.
ST. VINCENT. A pochi minuti alla fine, Monte Cervino – Bellavista del girone aostano di Terza Categoria è sul 2-2: l’arbitro ravvisa gli estremi per il calcio di rigore per un intervento in area valdostana sul giapponese del Bellavista Rui Inagawa.
Con un gesto raro sui nostri campi da gioco, Inagawa va dal direttore di gara dicendogli di essere incespicato da solo e di non ritenere giusto il ‘penalty’. L’arbitro prende atto e torna sulla sua decisione.
Per l’attaccante del Bellavista, applausi e strette di mano sincere da compagni e avversari, oltre alla ‘standing-ovation’ tributatagli dal pubblico.
Ultimo particolare: la vittoria poteva significare per gli eporediesi la conquista dei play-off.
Ha quasi rischiato l’espulsione, quando ha ripetutamente strattonato l’arbitro per spiegargli che quel gol non era valido, che l’aveva segnato con un colpo di mano.
I pulcini della Puri e Forti stavano già vincendo 1-0. Era il gol della sicurezza e tutti esultavano, tutti lo applaudivano.
Ma Marco Capello, 10 anni, nipote e figlioccio del portierone della Nuorese Davide, non ci ha pensato due volte. Prima è andato dal suo allenatore Mario Murru («Ho segnato con la mano destra, non con la testa»gli ha detto) che gli chiesto se secondo lui fosse giusto vincere in quel modo. Quindi Marco non ci ha pensato due volte: ha scansato gli amici di casacca, è corso dritto dritto dall’arbitro, lo ha preso per la maglia e gli ha detto tutta la verità, nient’altro che la verità.
Il fischietto, tuttavia, un dirigente dell’altra formazione in campo, la Pizzinnos Macomer, non ha creduto ai suoi orecchi. Ma ha deciso di annullare il gol e di riprendere le ostilità con una punizione contro la Puri e Forti.
La sfida valida per il girone finale del torneo “Sei bravo a… ” del campionato provinciale categoria Pulcini è stata vinta comunque dalla Puri e Forti con il punteggio di 2-0, ma l’applauso più grande e più convinto dello sportivo pubblico della Solitudine è andato all’eroe del giorno: il piccolo Marco è già un grande campione.